Daphne Squarzoni

TRÆĮNTƏÏN: storia su un viaggio in treno
In queste parole c’è la stazione. Ci sono le persone che s’affollano avanti e indietro per i sottopassaggi, il rumore dei trolley che rullano sull’asfalto irregolare, l’altoparlante che gracchia arrivi e partenze, il vento che ulula al passaggio del treno sulle rotaie e il chiacchiericcio irriducibile dei futuri passeggeri.
Al rumore della stazione si unisce quello di una sveglia e posso sentirlo chiaramente. Un braccio sottile emerge dal piumone e alla cieca cerca il tasto di spegnimento. Un cespuglio di ricci scuri spettinati sovrasta una faccia stropicciata dal sonno che rifiuta di cedere al richiamo della sveglia. «Lucaaaaa!» urla una donna dalla cucina. Urla così forte che riesco a sentirla pure io. «Lucaaaaa! Svegliati che perdi il treno!» insiste. La sveglia deve aver suonato una volta di troppo mentre io ascoltavo i rumori della stazione. Guardo la donna in cucina che prepara il pranzo da portare via per suo marito. Sono gesti così familiari che mi si delineano davanti agli occhi quasi involontariamente. «Lucaaa!» strilla ancora la donna. Il suo primogenito non si sveglia mai in tempo, tutte le mattine è la stessa storia: la sveglia suona e lui dorme. La donna scuote la testa. Leggo chiaramente l’esasperazione sulla sua faccia. «Mami» l’ammonisce Luca, il secondogenito, facendo capolino in cucina. «Io non devo prendere il treno e vorrei dormire. Posso?» domanda stufo di essere chiamato al posto del fratello grande. «Certo» sussurra la donna ridacchiando per la gaffe. Luca esce dalla cucina e la mamma ricomincia a urlare «Riccardooooo!». Come si fa a dormire con una che urla? Eppure, nella stanza accanto qualcuno ci riesce, incurante dei richiamai Riccardo dorme. Sono passate le 6 e mezza. Perderà il treno. Oppure il treno lo aspetterà come al solito. Non ho mai conosciuto nessuno più fortunato di lui in fatto di treni: arriva sempre all’ultimo secondo; eppure, non lo perde quasi mai. «Riccardo» urla ancora la donna dalla cucina. Rido.
«Che c’è?» domanda Riccardo «Niente» dico «La tua canzone è evocativa». Lui sorride orgoglioso. «La smetti di gongolare?» brontolo spostando lo sguardo fuori dal finestrino. Riccardo ridacchia e mi prende la mano mentre il treno corre veloce verso casa. Siamo stati tutto il giorno in università. «Continua pure a elogiare i miei testi» mi esorta. Scuoto la testa. Questo ragazzo ha davvero un ego gigante! «Ti vedo nei testi che scrivi» dico «Vedi anche i miei amici?» indaga lui curioso. «Sì e no, non li conosco così bene» rispondo. Riccardo mi allunga una cuffietta e fa ripartire la canzone.
La musica comincia e io vedo Riccardo gettarsi giù dalla discesa in bicicletta per non perdere il treno. Il telefono gli vibra in tasca mentre il gruppo dei suoi amici si riempie di messaggi:
Maggi: vengo da Trento
Cocco: Che fai a Tn?
Cocco: io sono quasi al binario
Nazi: arrivo
Maggi: poi vi spiego
Questa storia me la ricordo. Riccardo e i suoi amici hanno un campionario di aneddoti e, gira che ti rigira, tirano fuori sempre le stesse storie. Tra vent’anni si troveranno invecchiati a un tavolo con il solito campari alla mano e gli stessi vecchi aneddoti alla bocca. Sorrido. Questa canzone parla di quella volta in cui dovevano partire per le vacanze. S’erano organizzati per prendere il treno tutti insieme e poi Maggi era finito a Trento inseguendo una festa dove c’era, a sua detta, «una fauna femminile incredibile».
S’era svegliato a casa di una tipa e manco se lo ricordava. Ma questa è un’altra canzone. Mi ricordo che raccontavano di questo viaggio come fosse un romanzo d’avventura in cui loro sono gli eroi che accolgono l’alba da dietro i finestrini sporchi del treno. Riccardo era arrivato in stazione per il rotto della cuffia con il cuore che batteva veloce era riuscito e prendere il treno per un soffio. I suoi amici l’avevano accolto sfottendolo a più non posso e lui s’era infilato le cuffie per non sentirli. Ovviamente s’era addormentato appena appoggiata la testa al sedile, almeno secondo la versione ufficiale. È talmente realistica che a nessuno verrebbe in mente di contraddirla. Nemmeno a me che sono la sua ragazza e dovrei, teoricamente, difenderlo. Arrivati a Bologna Filippo l’aveva svegliato gettandogli addosso del succo. Quando lo racconta Ric brontola ancora: «Siamo arrivati a Bologna e avevo tutta la faccia appiccicosa». Quasi li vedo mentre aspettano il treno nella luce tagliente che precede l’alba. Tutti e cinque mezzi addormentati carichi di bagagli e di voglia di vivere.
A volte pare che la vita non gli basti, come se avessero chissà che cosa da fare, chissà quale progetto o sogno da inseguire.
Questi ragazzi sono come la loro città. Una città che è soltanto un paese più grande e rimane divisa tra la metropoli che potrebbe diventare e il paese che è. E io in queste parole riesco a vederli tutti e cinque fermi alla stazione, con il rumore delle persone e dei treni e l’altoparlante che gracchia: «Il treno Frecciarossa 8507 diretto a Bologna Centrale è in arrivo sul binario 3. Allontanarsi dalla linea gialla».
«Quanti anni sono passati da quella volta?» domando. Riccardo ferma la musica. «Chessò… forse due» risponde. Ridacchio: non ricorda mai niente. «Che c’è?» indaga. Mi guarda sospettoso. «Nulla nulla… come sempre hai un’ottima memoria» lo prendo in giro dandogli un bacio veloce sulla guancia. «Ah. Ah. Ah» ride sarcastico «Antipatica». Gli faccio la linguaccia. Lui scuote la testa e fa ripartire la musica. In questa canzone ha messo tutti i suoi amici e riesco a vederli uno a uno.
«Amo’» chiamo «Quanto pensi che ci vorrà ancora perché Valerio si sblocchi anche in mia presenza?» indago. Riccardo mi guarda e alza le spalle «Non lo so. Non molto penso. Alla fine, dire sciocchezze è praticamente il suo hobby preferito. Appena lo conosci abbastanza smette di essere un genio serioso e diventa un cazzone». Sorrido pensando all’affetto e la stima con cui questi ragazzi parlano uno dell’altro. Anche quando si offendono. «Che c’è?» domanda Riccardo studiando le mie espressioni «Vi volete proprio bene voialtri» dico. «Be’ siamo amici da una vita» replica come se fosse una cosa scontata. Annuisco e nelle sue parole questa loro città si restringe e diventa un paese, uno di quelli in cui tutti conoscono tutto l’uno dell’altro e si vive con le stesse persone per tutta la vita. Forse anche per loro sarà così.
Una serie di immagini si sovrappongono nella mia testa: ci sono i ragazzi che ridono, Ric che dorme sul treno, Valerio con lo sguardo perso nel vuoto, il treno che parte, Maggi che arriva affannato con l’aria da gran seduttore senza sapere bene cosa gli è successo l’altra sera. Vedo l’alba bucare lo sporco del finestrino e Leo con gli occhi pieni di ricordi e la sua storia tanto delicata che gli pesa addosso. Vedo Filippo preoccupato per gli esami, per suo padre che non lo capisce. Quel giorno è arrivato in stazione quasi per ultimo. Filippo ha con le stazioni un rapporto d’odio e amore da poeta tormentato. Lo aveva allora e lo conserva tuttora. La canzone di Riccardo mi riporta in stazione e la voce dell’altoparlante annuncia i treni in arrivo. Mi sembra di vedere lo sguardo chiaro di Filippo sollevarsi come al richiamo di una voce amica. Filippo studia medicina a Verona. Lo fa essenzialmente perché suo padre non gli ha dato possibilità di scelta. Verona era la città più vicina, talmente vicina che Filippo torna a casa appena può cercando il più possibile di evadere da un cammino che non si è scelto. In questo modo ha passato più tempo nelle stazioni dei treni che in università e sa bene che la vita da pendolare è tutta in bilico tra i ritardi dei treni, i biglietti persi o mai comprati, le corse, gli arrivi e le partenze. Filippo odia medicina e si barcamena svogliatamente tra un 18 e l’altro. La sua vera passione è dipingere e forse anche per questo ama i treni: gli offrono ore di viaggio da spendere da solo con il suo carboncino e l’inseparabile sketchbook. Se Valerio è il prototipo del genio incompreso, a Filippo tocca il ruolo dell’artista ubriacone, quello che vive della sua arte come i poeti maledetti. Chissà se un giorno pure lui finirà in un libro di storia.
«Stasera usciamo» mi dice Riccardo «Ah si?» domando non troppo entusiasta. Ric e io siamo letteralmente il giorno e la notte: io mi alzo presto e vado a dormire non più tardi delle una. Lui si sveglia tardi e andrebbe a dormire all’alba passando la notte sveglio. Riccardo annuisce «Nazi ha preso il suo primo voto sopra il 20 e vuole festeggiare». Nazi è Filippo, lo chiamano così perché si rasa sempre la testa e scherzando gli danno del naziskin, Nazi, appunto. «Quanto ha preso?» indago curiosa «22». Filippo deve essere piuttosto intelligente se riesce a cavarsela a medicina senza quasi volerlo. Però mi dispiace per lui: chissà quanto sarebbe bravo se potesse fare ciò che vuole.
«Ma raga» disse Maggi a metà viaggio «Ci pensate mai che la vita è come una partita a Risiko?». Alessandro Maggi, detto semplicemente Maggi o Maggi-co, qualche volta se ne usciva con teorie filosofiche complesse e strampalate. Soprattutto quando aveva bevuto troppo, o fumato troppo, o quando stava in post-sbornia. Dopo questa strabiliante uscita di Maggi, posso quasi vedere gli occhi verdi di Valerio fissarlo con scetticismo mentre le sopracciglia scure si alzano sulla fronte. «Nel senso che è un continuo tentare la sorte tirando i dadi?» tentò di indovinare Nazi. Maggi fece per rispondere e si bloccò a mezz’aria. Vedo il suo dito tozzo fermarsi sollevato davanti al viso.
«No» si decise a dire «Nel senso che ognuno ha la sua missione segreta. Cè tu non sai lo scopo del tipo seduto là infondo e lui non sa il nostro. E per quanto ne sai abbiamo ingaggiato una battaglia all’ultimo carroarmatino».
Davanti a questa spiegazione vedo il sorriso divertito di Leonardo, detto Cocco. «Certo e quindi noi siamo i tuoi alleati. Ti sentivi solo in questa missione?» ironizzò. «Qualcosa del genere» rispose Maggi serio. Riesco a vedere questa scena con chiarezza perché la teoria del Risiko è una di quelle cose che rinfacciano sempre al povero Alessandro. Maggi è un tipo. «Potrebbe quasi essere il classico americano da teen movie» mi ha detto Ric prima di presentarmelo. Ed effettivamente la mia prima impressione è stata quella, soprattutto perché l’ho conosciuto d’estate mentre se ne stava a mollo in piscina, comodamente stravaccato in una ciambella gonfiabile con una birra scadente in mano. Il sole gli pioveva addosso accentuando i muscoli guizzanti con un gioco di luci e ombre e lui se ne stava a mollo con i Ray-Ban e la birra. Maggi tra tutti è quello con la memoria migliore. Riesce a ricordare precisamente eventi vecchi di dieci anni, roba di quando i ragazzi erano alle elementari. «È un tipo semplice e buono» ha detto Riccardo quella prima volta in cui conobbi i suoi amici. E per quanto poco lo conosca, sono certa che sia così.
Mentre la canzone prosegue accarezzo distrattamente la mano di Riccardo osservando i ricci scuri che sobbalzano con l’andare del treno. Mi ha già avvisata che a breve andrà a tagliarli, anche se a me piacciono tanto. Antipatico. Lui tiene gli occhi chiusi e si gode la musica come se la canzone potesse riportarlo in quell’altro treno con i suoi amici e tutto quel tempo passato che doveva ancora passare.
Il nostro presente è sempre pieno di futuro e non riusciamo mai a vederlo finché non diventa passato.
Riccardo tiene chiusi i suoi occhi blu zaffiro ed è facile confondere questo treno con quell’altro. È facile credere che questo rumore di rotaie sia lo stesso che lo ha cullato quel giorno con la sua sferragliante ninna nanna.
Quella mattina arrivò in stazione con il fiatone e riuscì per un pelo a saltare sul treno cercando un paio di posti accanto agli amici. «Ciao» li aveva salutati mollandosi sul sedile. E poi s’era addormentato e sul suo viso doveva esserci un’espressione rilassata come quella che ha adesso. Guardandolo sento i suoi amici parlare, Filippo ridere, Maggi filosofeggiare sul Risiko, Valerio silenzioso e poi tagliente con le sue uscite stupide e Leonardo con il suo ottimismo e la voglia d’avventura. Se mi concentro un po’ posso vedere i ricci biondi di Leo e i simpatici occhi scuri sotto il piercing sul sopracciglio. Cocco, come lo chiamano loro, è tra tutti il più socievole. Lui era stato il primo con cui avevo parlato, per telefono, ancora prima che io e Riccardo ci mettessimo insieme. Nell’ultimo periodo, quando usciva coi suoi amici, Ric aveva cominciato a telefonarmi. Mi chiamava e in sottofondo sentivo un gran caos: gente che rideva forte, discorsi vari, commenti stupidi e a volte anche volgari visto che sapevano che Ric era al telefono con me. Un giorno mi sono trovata Leonardo al telefono che mi chiedeva quando sarei venuta a conoscerli. Era brillo. Pure le altre volte che gli parlai al telefono era brillo. Però sembrava uno simpatico, potevo quasi vederlo sorridere nel telefono. «Vorrei parlarti da sobrio un giorno» mi aveva detto una volta. Ric m’aveva detto che era stato adottato a 11 anni e dal Molise era venuto a stare nella loro città-paese. S’erano conosciuti alle medie e Leonardo era già un playboy: conquistava tutti con i ricci da cherubino e la parlantina sciolta. «E poi s’è messo con Vanessa e sono finiti i suoi giorni da conquistatore» mi aveva anticipato Riccardo «In più giocava a calcio, come andava di moda, e a scuola aveva le cheerleader». Crescendo ha smesso di giocare, ma gli è rimasta la passione e si barcamena tra Fantacalcio e partite al campetto.
«Secondo me è per questo che mi sta tanto simpatico» dico riflettendo ad alta voce «Chi?» chiede Riccardo aprendo pigramente gli occhi blu. «Leonardo» rispondo «Mi è stato simpatico da subito. Probabilmente perché mi hai detto che giocava a calcio e, lo sai, ho un debole per i calciatori» spiego. «Può essere» borbotta Ric «Ma in realtà quello di riuscire sempre simpatico a tutti è un superpotere di Cocco». Annuisco: me ne sono accorta. «E poi se hai un debole per i calciatori con me hai proprio sbagliato il tiro» dice. Rido «Infatti sto pensando di lasciarti per cercarmi un bel calciatore. Possibilmente un portiere» scherzo. Riccardo mi guarda male «Molto simpatica» brontola trattenendomi con un braccio attorno alla vita. «Vediamo come fai a cercarti il calciatore se ti tengo qui» mi sfida. Rido. Il nostro treno sta arrivando in stazione.
A breve saremo di nuovo immersi nel via vai della folla, pronti a terminare una nuova giornata passata tra una lezione e l’altra. Un compagno di corso si alza dal sedile, ci vede e sorride «A domani» dice avvicinandosi alla porta. Io e Riccardo rimaniamo seduti ancora un attimo, il tempo di finire la canzone. Le ultime note passano veloci nel filo delle cuffiette e a me sembra di sentire dentro il ronzio delle rotaie mentre guardo Ric e i suoi amici scendere dal treno alla stazione di Bologna. Non lo sanno ancora ma quel viaggio è già un ricordo.
Questo racconto è una prima bozza di EPsodi. Non sapevo ancora che forma avrebbe preso questo libro e stavo procedendo per tentativi. Sul mio taccuino avevo solo i personaggi e riascoltavo in loop le canzoni registrate dalla sala prove cercando di capire che storia raccontassero quelle note.
Questa bozza è stata scattata, ma in qualche modo ci sono affezionata e mi sembrava giusto dargli un posto almeno qui.



