Abbronzatura

«Io non mi abbronzo». 

L’aveva detto ogni estate da quando la conosceva. 

«Sono un essere sprovvisto di melanina» ripeteva da giugno a settembre ostentando la pelle chiara come la più bell’abbronzatura. 

Lui non le credeva. Non si abbronzava perché non stava al sole e passava il tempo saltellando da un’occupazione all’altra, dentro e fuori dall’oceano, su e giù dagli scogli, mai ferma e quasi sempre all’ombra. Questo era il vero motivo. 

«Se torni dall’Africa ancora così bianca ti crederò». 

Glielo aveva detto così prima che partisse per star via un mese intero sotto il sole equatoriale del più antico tra i continenti. 

«E? A me che me ne viene?» lo aveva sfidato lei. 

Gli occhi quasi trasparenti nel pomeriggio tiepido di novembre. Lui ci aveva pensato su appena un po’, il tempo di realizzare l’occasione ghiotta: «Ti offro la cena. Se torni senza esserti scottata né abbronzata ti offro la cena». 

Lei aveva sorriso compiaciuta. «Lo sai… – aveva ribadito alzando il dito sopra una storia detta e ridetta – ho fatto tutta la stagione estiva come animatrice al mare senza abbronzarmi. Nemmeno il segno della maglietta. Vuoi davvero fare questa scommessa?» 

Lui aveva annuito deciso: sarebbe comunque stato un guadagno. 

S’erano stretti la mano una settimana prima che lei s’imbarcasse da Milano. Lui l’aveva portata all’aeroporto sbirciando il colore chiaro della pelle tra il verde del cappello e l’azzurro della sciarpa. S’era studiato il tono dell’epidermide memorizzando i suoi nei, le sue sfumature e l’esatto punto di colore di quella pelle inesplorata. S’erano salutati con un abbraccio e lei era partita. 

Il mese era passato più in fretta del previsto. S’erano scritti, s’erano videochiamati. Lei sembrava sempre uguale fatta di pixel sgranati dall’altra parte del mondo. Adesso però stava per averne la certezza, la prova visiva, in carne, ossa e pelle. Ancora qualche istante, il tempo che le serve per riprendere la valigia e varcare il terminal degli arrivi. 

Lui aspetta scandagliando la folla con occhi avidi. Lei varca il tornello metallico che separa il recupero bagagli dal resto dell’aeroporto. Il berretto verde calcato sulla fronte e le mani strette sul borsone con cui è partita. Lui le punta gli occhi sul viso chiaro evocando il suo ultimo ricordo.

«Ciao». Lo saluta riunendo i piedi davanti a lui. 

«Ciao». Il suo viso è bianco come la luce del giorno, come quando era partita. 

Lui lascia scorrere gli occhi sul collo, giù fino al muro invalicabile del maglione e poi su di nuovo sulle guance. Lei ridacchia: «Hai perso» dice tirando su le maniche del giubbotto per mostrare le braccia pallide. 

Lui le cammina sulla pelle con gli occhi, investiga i suoi nei e i peli chiari e non trova traccia del clima equatoriale, nemmeno una sfumatura più scura o rossastra a indicare una scottatura. 

«Non è possibile». La sua voce è poco più alta di un pensiero mentre la studia incredulo. 

Lei ride più forte e si sfila il cappello rivelando i capelli spettinati e abbronzati. «Sono biondi» constata lui osservando i fili d’oro che le piovono dalla testa. 

Lei si stringe nelle spalle: «Colpi di sole al naturale». Le stanno bene. Forse anche meglio dell’abbronzatura. 

«Immagino che questo non mi faccia comunque vincere la scommessa» tenta lui. 

Lei inclina la testa e gli sorride: «No – dice – mi devi una cena». 

In fondo non gli è andata così male. 

Decisamente non gli è andata male. Lo pensa ancora una volta mentre la guarda chiudersi il cappotto sul vestito grigio appena un po’scollato. La cena è finita troppo in fretta tra i racconti del suo viaggio e il desiderio di smascherare l’abbronzatura che non c’è. 

«Allora grazie» dice lei fermandosi sotto il portone del suo condominio. Il rossetto color malva si tende sul suo sorriso. A lui scivola via la risposta dalla testa mentre si stordisce con il suo profumo di mandarino. Lei resta in attesa sulle punte delle scarpe. Lui si rende conto di aver fatto scena muta e si riprende appena prima che diventi imbarazzante: «Te lo dovevo» le risponde. 

Lei incassa la risposta con un movimento della testa: «Ti va di salire?». 

La domanda è una costellazione di sottotesti e lei lo sa perfettamente. Lui tentenna, si infila le mani nelle tasche, si schiarisce la gola e dondola il peso avanti e indietro. A lei viene da ridere e si gusta la sua tentazione facendo oscillare la borsetta. Lui sposta lo sguardo in quegli occhi canzonatori che lo stanno sfidando ad accettare il più scontato dei copioni. 

«Per controllare meglio l’abbronzatura sulla tua pelle» si arrende vinto dal bisogno di scoprire il suo segreto. 

Lei ride mentre gira la chiave nella toppa e gli fa strada con i tacchi che scandiscono ogni gradino. «Ti giuro che non riesco a capacitarmi di questa cosa» ammette lui distogliendo a forza lo sguardo dalla gonna corta che sale lungo le gambe a ogni passo. Lei lo precede sull’uscio e si volta facendo ruotare i capelli segnati dal sole. «Che non mi sia abbronzata?» chiede conferma. Lui annuisce e lei fa scattare l’ennesima serratura. «Che vuoi che ti dica? – chiede lanciando i tacchi nell’ingresso – Ho consumato più flaconi di crema solare che litri d’acqua». 

Lui sbuffa sonoramente lasciando il cappotto appeso: «Ma sei stata all’equatore!». La sua protesta la rincorre lungo il corridoio fino all’open space del soggiorno. Lei ridacchia: «Me ne sono resa conto» gli fa presente lasciandosi cadere sul divano. Il vestito le sale ancora un po’ lungo le gambe nascoste dal nylon fino delle calze. Lui deglutisce e sposta gli occhi sul pavimento. «Siediti» lo invita lei tirandosi su per fargli posto. Lui si prende un momento per guardarsi intorno e respirare il profumo di mandarino che pervade tutta la casa. Non doveva salire. Lei lo guarda in attesa e a lui non resta che sedersi poco distante. Il divano lo accoglie tra le sue grinfie in una trappola di morbidezza inaspettata. Le gambe di lei sono troppo vicine e lontanissime dietro il velo nero del nylon. «Quei collant barano» la frase gli esce inattesa. Lei lo guarda incuriosita. «Alterano la percezione – prosegue lui incerto – La scommessa era sulla tua pelle. Lì sotto potresti essere abbronzata e io non lo saprei». 

Lei ride: «Stai facendo rumore mentre cadi dagli specchi – lo schernisce – ma se proprio vuoi verificare la mia nobiltà di sangue, saprò accontentarti». Quando finisce la frase le mani sono già sotto la gonna, sull’elastico delle calze, e prima che lui possa rispondere il tessuto trasparente è scivolato giù fino ai piedi. Lui inspira forte e l’odore di mandarino gli riempie la testa sterminando tutti i pensieri. 

«Ecco – lo sfida lei allungando una gamba sul suo grembo – verifica pure il colore delle gambe». 

Lui abbassa gli occhi sulla pelle liscia e chiara come porcellana. Fissa il piccolo livido viola sopra la caviglia e sale lungo il polpaccio fino al piccolo neo sotto il ginocchio. Il desiderio di toccarla gli formicola nelle vene e fa intorpidire le dita. 

«Visto?» la sua voce lo distrae. 

Lui riporta lo sguardo negli occhi trasparenti di lei. Lo sta provocando apposta. 

«Incredibile» la sua voce è poco più alta di fruscio. 

Lei si riprende la gamba e si sporge verso di lui: «Hai perso» lo canzona con il viso troppo vicino. La risposta arguta gli muore sulle labbra soffocata dal profumo di mandarino. Lei sorride accoccolata nel silenzio come una gatta pigra. Lui lascia vagare lo sguardo su quel viso noto, dentro gli occhi trasparenti e sulla pelle immacolata. Non c’è rossore, non c’è abbronzatura, solo un bianco tentatore che spegne a uno a uno i suoi pensieri razionali. Lei si gusta la vittoria respirando piano. Lui sente il suo fiato sfiorargli le labbra e s’arrende alla sconfitta. Lei sorride e sigilla il suo silenzio uccidendo l’ultimo frammento di spazio rimasto tra loro.

Il bacio passa dalle labbra alle mani e la pelle fiorisce mentre crollano i vestiti. Lei non parla più mentre lui la spoglia. Lui continua a inseguire la sua pelle chiara con gli occhi, con le dita e con la lingua. Lei sa di crema corpo agli agrumi e sudore salato, appena un po’. Lui le passa le mani addosso e se la porta sul letto. Lei lo accoglie come il mare con il sole al tramonto, si lascia arrossire mentre lui sprofonda guardandola negli occhi. Lei annaspa, lui si aggrappa al suo corpo morbido. Lei sospira e lui accelera. Il tempo gli scorre addosso, lento e veloce, una girandola fino allo sfinimento. Lei arriva per prima, lui la segue e si lascia cadere nella penombra della stanza. Lei gli si rannicchia addosso. Lui resta a passarle la mano sulla schiena, pigro, indolenzito, incapace di svegliarsi da una scommessa persa. La luce del corridoio li disegna come amanti in chiaroscuro. Le mani di lui salgono e scendono su quella pelle chiarissima, su fino alle spalle e poi di nuovo giù rincorrendo le vertebre fino alla curva del bacino. Su e giù per poi perdersi sulle colline delle natiche seminando carezze che passano incuranti tra due toni diversi di bianco, sopra un confine impercettibile che taglia a metà il cerchio della natica: il segno del costume. 

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