Episodio 2: una classe un po’ vivace

«Ti devo avvisare: questa è una classe un po’ vivace».

Il mio primo progetto didattico è iniziato con questa frase. La maestra L. me l’ha confidata fuori dalla porta rossa dell’aula mentre i suoi piccoli studenti entravano in disordine.

Avevo 19 anni ed ero al mio primo anno di università. Ero già stata in aula per l’alternanza scuola-lavoro, ma non avevo mai tenuto un’intera classe.

Inspirai affondo prima di fare il passo decisivo dentro la terza B.

I bambini furono vivaci fin dalla presentazione: al mio «Ciao a tutti mi chiamo Daphne» risposero in una cacofonia di voci: «Come quella di Scooby Doo» e «Come la sorella di Bloom».

Era la prima volta che qualcuno mi faceva notare che, a tutti gli effetti, condivido il nome con un personaggio delle Winx. A me è venuto da ridere subito, dal primo minuto: «In realtà il mio nome ha una sua storia» ho annunciato e questo primo laboratorio è cominciato con il mito di Apollo e Dafne.

Sono entrata in quella stessa classe sei volte, portando ogni pomeriggio un aspetto diverso della scrittura: i personaggi, i luoghi, la successione temporale, la struttura e chiudendo il tutto facendoli scrivere. La nostra ultima lezione abbiamo pubblicato online una storia che racchiudeva tutti i loro personaggi, i loro mondi e loro invenzioni. Abbiamo perfino fatto un gioco di ruolo in cui ciascuno di loro è diventato il personaggio che aveva realizzato.

«Dovete conoscere molto bene i vostri personaggi – avevo spiegato – ci sono alcune cose di loro che non troveranno spazio nella vostra storia, ma voi dovete conoscerle. Per queste vacanze di Natale vi do un compito: frequentate i vostri personaggi. Cosa ricevono per Natale? Come passano le feste? Qual è il loro gioco preferito?»

Scrivere una storia era diventato un gioco e al rientro dalle vacanze l’avevamo reso reale. Di quella lezione ho ancora il video: ognuno aveva dovuto cambiare nome, sviluppare poteri magici e io, alla fine, avevo passato un pomeriggio a scrivere questo racconto per poi lasciarlo in classe.

Mi ero divertita un sacco. Quel primo laboratorio era cominciato con una risata e tanta vivacità ed era proseguito allo stesso modo. La cosa buffa è che, a ripensarci ora, non ricordo che fosse stato difficile.

Quando ho deciso di portare in classe i miei laboratori volevo creare uno spazio aperto, uno in cui divagare e uscire dal tracciato fosse lecito. Per questo la vivacità dei bambini era stata la chiave di volta di tutto il percorso: loro facevano domande e si usciva dal tema e io rispondevo e li riportavo al centro. Ogni volta che la risposta mi mancava la cercavamo insieme e ogni volta trovavo una strada nuova per riportarli dentro il laboratorio.

Un pomeriggio che erano particolarmente sopra le righe ricordo di essermi zittita per un po’ aspettando che tacessero. Non era servito a niente e così avevo proclamato a gran voce: «Hippopotomonstrosesquipedaliofobia».

Nella classe era sceso un silenzio elettrico come se avessi pronunciato una parola magica: «Maestra cosa hai detto?».
«Hippopotomonstrosesquipedaliofobia»
«Che cos’è?»
«La paura delle parole lunghe»
«Come si scrive»
«Facciamo l’impiccato così lo indovinate da soli».

Girata di spalle con il gesso che mi irritava la pelle della mano destra avevo sviluppato l’idea per l’anno prossimo: un laboratorio sul lessico. Intanto la classe era tornata gestibile e io avevo potuto riprendere a lavorare tranquilla.

«Sarai una fantastica maestra, un giorno» mi ha detto quell’anno la referente del progetto.

«Grazie, ma preferisco fare l’esperta esterna – avevo risposto – Non voglio avere un programma da seguire, un dirigente a cui rendere conto, obiettivi didattici eccetera eccetera. Preferisco poter divagare con loro».

La maestra aveva afferrato al volo.

«Ammiro tantissimo il tuo lavoro e la tua pazienza. L’insegnante è un lavoro che stimo tanto, ma che non penso potrei mai fare. Per questo mi piacciono i progetti esterni: possono dare una mano, portare qualcos’altro in classe. E, spero, anche sgravarti un poco».

L’anno dopo quella stessa maestra aveva sfruttato il mio tempo in classe per fare le valutazioni individuali chiamando fuori un bambino alla volta. Lei aveva lavorato bene e io ero rimasta sola in aula.

Quell’anno ho scoperto che se la classe è vivace, io posso essere più vivace di loro.

Se vuoi scoprire come possiamo lavorare insieme in classe ti lascio la brochure dei percorsi didattici 2026/2027

Percorsi didattici 2026/2027

Se invece siete curiosi di scoprire come mi è venuta la voglia di proporre progetti didattici, trovate questa storia qui.

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